• Lun. Ago 15th, 2022

SAME CONCEPT – Aurelio Bruni

DiSame Concept

Dic 3, 2021

Sono nato il 15 ottobre 1955, per puro caso a Blera, nel viterbese, un paese sconosciuto ai più quanto a me. Vivo in Umbria. Ho vaghi e gradevoli ricordi dei primi nove anni di vita quando ero convinto che tutto il mondo, circoscritto in pochi chilometri quadrati di aperta ed isolata campagna, fosse da me agevolmente controllato. Pochi compagni di gioco, ma molta fantasia nell’inventare le giornate che mi si aprivano d’innanzi generose, offrendomi un contatto in simbiosi con una Natura splendida e mutevole col trascorrere delle stagioni. I miei luoghi di frequentazione erano viottoli mal definiti, scoscesi dirupi, fenditure del terreno dove immaginavo vivesse qualche spirito invisibile, e maestose querce sopra cui si poteva con lo sguardo dominare tutto quel mondo.

Dopo i nove anni, le cose cambiarono. Repentinamente. La morte di mio padre costrinse la famiglia a prendere drastiche ma necessarie decisioni; fu così che mi trovai in un collegio maschile per orfani, a Spoleto. Doloroso fu l’adattamento al nuovo ambiente fatto di severe regole e monotoni orari da rispettare. Il silenzio imposto in quegli stanzoni tristi, non era il silenzio armonioso della campagna; le giornate non mi appartenevano più e la splendida Natura era “chiusa” fuori.

Lo studio non alleviava né la solitudine né il disagio con i quali convivevo, ma un certo conforto lo trovavo nel disegnare soggetti vari: tronchi contorti, boscaglie impenetrabili, figure zoomorfe… che mi ridavano per un po’ la libertà di spaziare all’aperto e oltrepassare quelle pareti. Cominciavo a capire la natura taumaturgica dell’Arte e vedere nell’Artista una figura di mediatore che trascende la realtà e la proietta in una dimensione ideale. Mi riconobbero questa certa abilità insegnanti e compagni quindi, per naturale cammino, dopo la Licenza Media approdai all’Istituto d’Arte, sezione Scenografia.

Ma negli anni della contestazione la scuola, troppo impegnata nella politica, non offriva molto o non colsi a fondo le opportunità che mi dava. Tuttavia, le numerose assemblee, le dimostrazioni di piazza, gli scioperi (ai quali non era obbligatorio partecipare) mi permettevano di isolarmi (ricordo la sagrestia freddissima della Cappella del collegio) per dipingere a olio. Senza insegnanti. Ed in quelle tele economiche, prendevano forma enormi coleotteri ed insetti mostruosi suggeritemi non so da chi, forse dalla mia stessa inquietudine. Rafforzavo in me la convinzione che l’Artista, per intercessione della Natura fosse interprete del “Bello” e in virtù della sua immaginazione, egli potesse rendere “Fantastico” un mondo tangibile e codificato. Queste sensazioni, istintive nella mia mente dì post adolescente, mi crearono non poche reticenze nell’accettazione della pittura astratta (accesso obbligatorio verso l’arte contemporanea); capivo che questa, entrando nella parte irrazionale dell’esperienza umana, il “Bello” lo superava, il “Fantastico” lo oltrepassava, costruendosi leggi proprie e rifiutando l’oggettività comunicativa.

Lo capivo, ma non lo accettavo; e ne ebbi ulteriore conferma quando, dopo la maturità, frequentai per conto mio i Musei e consultai molti libri d’arte. Con la convinzione che nella vita avrei dipinto, cominciai ad affinare la tecnica e ad impadronirmi dei mezzi. Magritte catturò la mia attenzione: quella capacità di rendere visibile l’invisibile, quel sorprendere, destabilizzare lo spettatore in una sorta di messinscena di oggetti comuni in contesti assurdi mi trovava in linea di pensiero e condivisi con quella pittura qualche anno di lavoro (ne è rimasta traccia tuttora). Poi, con un salto indietro nel tempo, approdai nel mondo dei fiamminghi! Bosch mi accolse nel suo “Giardino delle delizie”, conducendomi nei labirinti del suo inconscio fantasmagorico in cui mi trovavo a mio agio e non mi sorprendeva scorgere dietro fiori paradisiaci ventri squamosi e viscidi corpi di lucertola. Con Brueghel mi ritrovai fanciullo: nei campi, nei boschi, negli acciottolati e negli orizzonti infiniti riconobbi gli odori e i sapori della Natura che possedevo, bambino, e dalla quale ero posseduto. Tutta la pittura fiamminga tra Quattrocento e Cinquecento mi inebriò; su quella tecnica prodigiosa sapiente e trasparente mi sono forgiato e quella polifonia di colori incredibili, quegli angoli in ombra, nicchie e scale che si perdono nel buio, costituirono per me un vero laboratorio.

Affinatomi, ma ancora lontano dall’essere raffinato, conobbi Caravaggio.

Donde viene quella luce folgorante che invade corpi, oggetti e panneggi, cavati dal buio più profondo? Quegli anonimi volti, attoniti e trasecolati, la cui pelle trasuda stupore terrore meraviglia, testimoni di avvenimenti più grandi di loro…

Spegni quella luce e tutto si immiserisce e si decompone. Quando vidi dal vero la “Conversione di Paolo”, mi commossi fino alle lacrime.

Poi Rembrandt. Con lui, la luce più che provenire dall’esterno, sembra impastata coi colori stessi e i suoi personaggi godono, come gli astri, di luce propria. Turner mi ha regalato ulteriori gioie; per cogliere la suggestione delle sue atmosfere l’occhio deve essere bene allenato. Qui la luce, con avvolgente liquidità, avviluppa i corpi filtrando in ogni fibra, senza scampo. Friedrich mi ha fatto comprendere l’essenzialità, nella pittura; spesso, solo con me stesso ho vagato in quella “Abbazia nel querceto”, rattrappito nella fredda nebbia invernale. I suoi paesaggi sono spazi infiniti; destano un lieve senso di malinconia e di turbamento e sebbene siano eseguiti con un altissimo grado di perfezione tecnica, più dell’occhio, colpiscono l’animo.

Questi maestri e molti altri mi hanno formato, e adesso mi ritrovo ad essere un pittore realista con sconfinamenti iperrealisti, surrealisti e simbolisti, in un mondo artistico e contemporaneo che è tutto questo e la sua negazione. Nella consapevolezza che ogni pittore sia figlio del suo tempo, e per questo mai fuori tendenza se convinto di ció che fa, ritengo comunque che abbia l’obbligo morale di migliorarsi ulteriormente, e per se stesso e per gli altri.

Aurelio Bruni

www.aureliobruni.com


ENGLISH

I was born on October 15, 1955, by pure chance in Blera, in the Viterbo area, a country that is unknown to most of me. I live in Umbria. I have vague and pleasant memories of the first nine years of my life when I was convinced that the whole world, circumscribed in a few square kilometers of open and isolated countryside, was easily controlled by me. Few playmates, but a lot of imagination in inventing the days that opened up to me generously, offering me a contact in symbiosis with a splendid and changing nature with the passing of the seasons. My places of frequentation were ill-defined paths, steep cliffs, cracks in the ground where I imagined some invisible spirit lived, and majestic oaks over which one could dominate the whole world with one’s eyes.

After nine, things changed. Suddenly. My father’s death forced the family to make drastic but necessary decisions; so it was that I found myself in a boys’ boarding school for orphans in Spoleto. Painful was the adaptation to the new environment made up of strict rules and monotonous schedules to be respected. The silence imposed in those sad rooms was not the harmonious silence of the countryside; the days no longer belonged to me and the splendid Nature was “closed” outside.

The study did not alleviate either the loneliness or the discomfort with which I lived, but I found a certain comfort in drawing various subjects: twisted trunks, impenetrable thickets, zoomorphic figures … which gave me back for a while the freedom to wander around. open and go beyond those walls. I was beginning to understand the thaumaturgical nature of Art and see in the Artist a mediator figure who transcends reality and projects it into an ideal dimension. This certain ability was recognized by teachers and classmates so, by natural path, after the Middle School License I landed at the Art Institute, Scenography section.

But in the years of protest, the school, too involved in politics, did not offer much or I did not fully take advantage of the opportunities it gave me. However, the numerous assemblies, the demonstrations in the square, the strikes (in which it was not compulsory to participate) allowed me to isolate myself (I remember the very cold sacristy of the college chapel) to paint in oil. Without teachers. And in those cheap canvases, huge beetles and monstrous insects took shape, suggest to me I don’t know by whom, perhaps from my own restlessness. I strengthened the conviction that the Artist, through the intercession of Nature, was the interpreter of the “Beautiful” and by virtue of his imagination, he could make a tangible and codified world “Fantastic”. These sensations, instinctive in my post-adolescent mind, created me not a few reticence in accepting abstract painting (compulsory access to contemporary art); I understood that this, by entering the irrational part of human experience, the “Beautiful” surpassed it, the “Fantastic” surpassed it, constructing its own laws and rejecting communicative objectivity. I understood it, but I did not accept it; and I had further confirmation of this when, after graduating from high school, I attended the Museums on my own and consulted many art books. With the belief that in life I would paint,

I began to refine the technique and to master the means. Magritte caught my attention: that ability to make the invisible visible, that surprise, destabilize the viewer in a sort of staging of common objects in absurd contexts found me in line of thought and shared with that painting a few years of work (it is trace still remained). Then, with a step back in time, I landed in the world of the Flemings! Bosch welcomed me into his “Garden of Earthly Delights,” leading me into the labyrinths of his phantasmagoric unconscious where I was at ease and it didn’t surprise me to see heavenly flowers behind scaly bellies and slimy lizard bodies. With Brueghel I found myself a child: in the fields, in the woods, in the cobblestones and in the infinite horizons I recognized the smells and tastes of Nature that I possessed, a child, and by which I was possessed. All Flemish painting between the fifteenth and sixteenth centuries intoxicated me; I forged myself on that prodigious, wise and transparent technique and that polyphony of incredible colors, those shaded corners, niches and stairs that are lost in the dark, constituted a real laboratory for me.

Refined, but still far from being refined, I met Caravaggio.

Whence comes that dazzling light that invades bodies, objects and draperies, quarried from the deepest darkness? Those anonymous faces, astonished and astonished, whose skin exudes astonishment, terror, wonder, witnesses of events greater than themselves …

Turn off that light and everything fades and decomposes. When I saw the “Conversion of Paul” in real life, I was moved to tears.

Then Rembrandt. With him, the light rather than coming from the outside, seems mixed with the colors themselves and his characters enjoy, like the stars, of their own light. Turner gave me more joys; to grasp the suggestion of his atmospheres the eye must be well trained. Here the light, with enveloping liquidity, envelops the bodies, filtering into every fiber, without escape. Friedrich made me understand essentiality in painting; often, only with myself, I wandered in that “Abbey in the oak wood”, shrunken in the cold winter fog. His landscapes are infinite spaces; arouse a slight sense of melancholy and disturbance and although they are performed with a very high degree of technical perfection, more than the eye, they strike the soul.

These masters and many others formed me, and now I find myself a realist painter with hyperrealist, surrealist and symbolist encroachments, in an artistic and contemporary world that is all this and the negation of him. In the awareness that every painter is a child of his time, and therefore never out of trend if convinced of what he does, I still believe that he has a moral obligation to improve further, and for himself and for others.

Aurelio Bruni